Il terzo millennio

“tra nuovo e antico”

Pubblico con piacere la mia relazione per il congresso AMI del 1995, ora che la conoscenza in questo ambito è un pò più diffusa.

 

La conoscenza umana è cambiata nel tempo ed è diversa a seconda delle culture.

Noi impariamo a conoscere il mondo attraverso i sensi, e in gran parte attraverso la vista; ma la natura si presenta sotto forme non ben definite e il modo in cui la vediamo dipende sia da noi che da lei: è solo dall’insieme delle forme che emergono immagini significative del mondo.

Noi partecipiamo al processo di visione: normalmente la mente attiva inconsciamente il processo di visione, formando e riformando continuamente il mondo che vediamo. La percezione, grazie ad un processo cerebrale straordinariamente complesso e specifico, è legata in modo indissolubile a tutti i nostri ricordi, immagini, desideri, aspettative, fino a quando diventa parte integrante di noi stessi, del nostro mondo quotidiano. Quindi anche i più semplici atti della conoscenza richiedono il nostro coinvolgimento.

L’occhio della mente non è passivo, ma svolge un ruolo significativo nel processo della visione. Platone si servì della vista come di una metafora per l’intera conoscenza, chiamando l’organo stesso della percezione psichica “occhio dell’anima” o “occhio della mente”. Il nostro termine teoria discende dal termine greco theoria che significa vedere. Per sapere bisogna vedere, non passivamente, ma attivamente: la visione coinvolge colui che osserva in un’azione essenziale di formazione dell’immagine o dell’immaginazione.

Quando leggiamo la storia della scienza dobbiamo tener conto degli uomini che l’hanno fatta: i loro occhi hanno visto, i loro cuori hanno desiderato la conoscenza, e da loro sono nati, sono fioriti e si sono spenti nuovi modi di vedere il mondo; per un certo periodo uno di questi modi viene fatto proprio da molti, fino a quando non appare una concezione nuova, più congeniale.

Il fatto che una credenza duri a lungo è perlomeno una prova dell’adattamento ad essa di una parte importante della mente umana; se poi, scavando nelle sue radici, non troviamo alcuna verità, scopriremo qualche necessità o desiderio della natura umana che la dottrina in questione è in grado di soddisfare.

La nostra consapevolezza di tutti i fenomeni è mutata considerevolmente durante i millenni nel corso dei quali noi come specie li abbiamo osservati. Questa evoluzione continua tuttora e il suo futuro rimane aperto.

 

Attraverso i millenni le spiegazioni dell’universo sono state molteplici: siamo passati da una filosofia spirituale, ad una interpretazione materiale e meccanicistica, fino ad arrivare ad Einstein e alla meccanica dei “quanti”, che vista sotto una determinata ottica, è un ritorno alla spiritualità.

Se c’è una realtà quantistica, allora il passaggio da essa alla realtà dei sensi è miracoloso. A questo punto molti fisici introducono il potere attivo della mente: il miracolo della riduzione (= ciò che esiste è un insieme, un tutto casuale; solo quando si effettua la misurazione si ottiene il mondo sensibile) avviene per effetto della mente nel momento cognitivo; solo quando si comprende pienamente il suo ruolo è possibile spiegare la conoscenza.

Alla fine dell’ottocento la fisica sembrava ben avviata verso la comprensione di tutti i fenomeni studiati. I principi teorici (meccanica, elettromagnetismo, termodinamica) sembravano solidamente stabiliti. Ma nell’anno 1900 Max Plank fece una scoperta: i quanti di energia; ma né Plank né i suoi colleghi si resero conto che questa sorprendente e dapprima incomprensibile scoperta apriva la via ad una catastrofe, quella dell’intera fisica che essi conoscevano e di un’intera visione del mondo basata sul concetto di “cose”, oggetti reali concretamente esistenti localizzati nello spazio e nel tempo.

La rivoluzione della fisica raggiunse il suo pieno sviluppo un quarto di secolo più tardi: fra il 1920 e il 1930 la fisica dei quanti assunse sostanzialmente la sua fisionomia definitiva, che resta a tutt’oggi la struttura portante della nostra comprensione del mondo, atomico e subatomico.

Un paradosso, non della fisica quantistica, ma della storia del pensiero, è il fatto che, sebbene siano passati settant’anni da quegli eventi e benché la tecnologia basata su quegli sviluppi sia penetrata in ogni aspetto della nostra vita quotidiana, la rivoluzione concettuale che essi hanno portato nella fisica non ha ancora sostanzialmente toccato il nostro modo di pensare in generale.

La visione che abbiamo di noi stessi e del mondo è ancora basata sulla fisica del secolo scorso.

Le riflessioni sulla realtà suggerite dalla fisica moderna presentano una naturale contiguità con il pensiero mistico di ogni tempo, ne sono testimoni gli scritti di molti fisici illustri (tra cui Bohr, Heisenberg, Einstein, Pauli, Bohm). Non stupisce perciò che, al di fuori della fisica e in parte della filosofia, la rivoluzione quantistica sia stata recepita solo da alcune correnti di pensiero New Age, dalla parapsicologia e dall’esoterismo.

La teoria infatti ha caratteristiche insolite: le particelle che costituiscono la materia non sono pensabili come piccoli oggetti in movimento nello spazio, ma si presentano come nuvole di probabilità di eventi, che un processo di misura va a sondare e fa precipitare in un evento ben definito. In pratica osservatore e osservato sono interdipendenti l’uno dall’altro, e potremmo dire che la mente crea la realtà.

David Bohm ha dato un contributo fondamentale con una teoria che possiamo relazionare a quelle orientali: l’unità di tutta la realtà. Bohm ci ricorda che i “fatti” stessi non sono dei dati oggettivi indipendenti dalla nostra visione della realtà, bensì un prodotto del “fare” umano; la conoscenza è un processo fluido e infinito, come la realtà stessa; l’errore fondamentale consiste nello scambiare il contenuto delle nostre rappresentazioni per una descrizione ultima della realtà.

In questa visione l’esistenza separata di oggetti e soggetti, osservatori e sistemi osservati, è solo un’approssimazione pratica, che vale esclusivamente a un certo livello e entro certi limiti.

 

Fin dai tempi di Galileo, la scienza ha cercato le qualità primarie delle cose, cioè gli attributi inequivocabili e irriducibili della realtà. La risposta data dal realismo quantistico è che non ce ne sono; fino all’atto fatale della misurazione. L’ambiguità scompare per meccanismi che ancora non conosciamo.

Una scuola di pensiero ampiamente accettata (Bohr) sostiene che un’immagine obiettiva della realtà, secondo qualsiasi significato tradizionale di quel termine, non può esistere affatto. Questa teoria incontra molti problemi, le alternative sono numerose, ma la più valida probabilmente è quella di David Bohm.

In qualsiasi caso, è avvenuto un enorme cambiamento nella nostra concezione delle cose, noto con il semplice nome di nonlocalità, ma nel quale si cela una rivoluzione del nostro modo di pensare. Se assunto seriamente, ci esorta a fare ciò che le filosofie orientali, Goethe e mille altri hanno sollecitato: concepire le cose come un tutto.

Se un giorno ci sveglieremo e vedremo veramente il mondo in questo modo, le conseguenze scuoteranno la nostra psiche; le relazioni tra l’io e l’altro, tra l’individuo e il pianeta, verrebbero rivoluzionate.

Siamo forse giunti allo spartiacque di una nuova concezione, che potrebbe stare alla base di una vera ecologia delle comunità umane, animali, vegetali e minerali.

“Tutte le cose sono interconnesse,

tanto che non puoi spostare un fiore,

senza disturbare una stella.”

 

Elena Pagliuca per A.MI. University

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